
Intervista al Dr. Carlo Ghezzi,
Delegato Provinciale FSI/CONI; Istruttore di base di scacchi (FSI):
vice presidente ASD La Torre,
D.: Dott. Ghezzi, ci racconti un po’ di lei…

Che dire? Sono un medico in pensione, appassionato del gioco, con l’unico rimpianto di non averlo praticato per oltre un ventennio.
D.: Come si è avvicinato al mondo degli scacchi? Da bambino immaginava di diventare un insegnante di scacchi?
Ho cominciato a giocare a scacchi, come molti, quando mi hanno regalato una scacchiera. La mia compagna di gioco era la mamma; non frequentavo altri giocatori in quanto lo studio prendeva tutto il mio tempo ed alla sera si doveva andare a letto presto. Allora non avevo la più pallida idea del mondo degli scacchi; tantomeno di diventarne un protagonista, nel mio piccolo. Negli ultimi anni del liceo scientifico (“L. Cremona” di Milano), anche con il sostegno del preside, prof. Orlandini, organizzai un torneo interno. Fu un successo, soprattutto per l’interesse suscitato. Sulla spinta di quell’esperienza (molto fai da te) mi informai e trovai l’indirizzo della Scacchistica Milanese. Ci andai e mi iscrissi, facendo subito un torneo sociale (allora c’erano ancora le tre “categorie” sociali) da cui uscii con le ossa rotte: battuto da tutti! Questo evento fu di stimolo per migliorarmi, feci subito l’abbonamento all’Italia Scacchistica dove comprai anche qualche libro, purtroppo in spagnolo. Cominciai a giocare per corrispondenza, naturalmente oltre a continuare la frequenza del circolo.
D.: Chi la ha fatta innamorare degli scacchi?
Il presidente della scacchistica milanese, Palladino, mi fu molto vicino e mi stimolò molto. Nel 1972 si disputò il famoso match Fischer/Spassky e l’interesse per gli scacchi divenne universale. Ricordo che il maestro Capece, inviato ad assistere la gara, ci inviava per telefono le mosse delle partite. Ogni mossa suscitava le discussioni più accese.
D.: Chi ha contribuito maggiormente alla sua formazione scacchistica?
Sicuramente la “Scacchistica Milanese” col citato suo presidente, come molti dei suoi soci, sempre disponibili a far giocare un principiante, batterlo e poi spiegargli dove e perchè aveva sbagliato.
D.: Lei ha avuto esperienze anche come segretario e vicepresidente di circolo come organizzatore e cofondatore, è medico laureato, ha avuto diversi incarichi, ma quale è la sua vocazione più sentita?

Negli scacchi ho un solo rimpianto: una pausa nel gioco di oltre vent’anni per lavoro, figli, moglie, ecc. Dopo l’inizio milanese mi trasferii a Como e ripresi quasi per caso per merito di un torneo organizzato dal circolo Italia/URSS; cominciai a frequentare alcuni amici di scacchi; poi decisi di iscrivermi al circolo di Villa Guardia dove conobbi il sig. Taborelli, presidente e fondatore del “La Torre” con cui instaurai un bellissimo rapporto di reciproca stima, durato fino alla sua morte. Dovetti lasciare questo circolo a causa di una violenza subita e fondai il circolo “Bobby Fischer” nel quartiere Sagnino di Como. Il circolo divenne numericamente importante ed io, come presidente, organizzai diversi tornei week-end (allora in voga), oltre ai normali tornei sociali ed al primo (ed unico) Festival Internazionale città di Como. Nel frattempo ero diventato consigliere della “Lega scacchi Lombardia” (oggi Comitato Regionale), arbitro candidato nazionale, tenevo una rubrica di scacchi sul locale quotidiano “la Provincia” e divenni il primo Delegato Provinciale Federale quando la FSI entrò nel CONI. Per l’entrata del primo sport della mente ricordo che andai a Roma con Palladino, la prof. Dapiran, l’avv. Judicello. Chiuso il “Fischer” per una vendetta politica nei miei confronti tornai ad iscrivermi al circolo “La Torre” di Villa Guardia dove il motivo del mio dissidio non esisteva più, nel senso che chi mi aveva minacciato non era più socio del sodalizio. Venni accolto con entusiasmo e subito eletto vice presidente. Nell’ottobre del 2016, col presidente Laricini, presi il diploma FSI/SNAQ di istruttore di base, con l’idea di divulgare il gioco.
D.: Cosa è la strategia negli scacchi?
La strategia è il piano d’azione per conseguire un obiettivo, per realizzare il piano di gioco.
D.: Cosa è la tattica negli scacchi?
La tattica consiste nei passaggi e nelle azioni (ovvero una serie di mosse) che permetteranno di conseguire il piano di gioco strategico elaborato.
D.: Cosa le piace di più insegnare nelle sue lezioni?
Banalmente: il gioco e le sue tattiche! Vedere crescere l’interesse nei miei “allievi” e poter dimostrare loro quanto sia bello ed accattivante giocare, constatarne la crescita agonistica. Il giorno più bello? Quando un allievo riuscì a battermi con un piano ben organizzato.
D.: Quali sono i suoi obiettivi?
Qualunquisticamente devo confessare di non avere obiettivi precisi, mi basta di cogliere quelle soddisfazioni che l’insegnamenteo mi dà: per esempio vedere la mia squadra delle scuole primarie (terze, quarte e quinte) di Cirimido classificarsi al secondo posto nel recente torneo svoltosi contro le squadre di Lomazzo, Manera e Rovellasca è stato estremamente gratificante. Come giocatore mi piacerebbe raggiungere la prima categoria nazionale, età permettendo.
D.: Quali sono le sue soddisfazioni maggiori?
Come detto più sopra: vedere crescere la comprensione del gioco nei ragazzi e vederli applicare tutte le tecniche ed i tatticismi che ho cercato di condividere con loro.

D.: Ritiene più importante fare studiare la tattica oppure fare studiare la strategia?
Le due cose non sono disgiunte: la tattica ed i cosiddetti tatticismi ci permettono di realizzare una strategia (il piano di gioco). L’importante è far capire che tutti possiamo imparare le mosse dei pezzi degli scacchi, ma fra “muovere i pezzi” e “giocare a scacchi” c’è un abisso colmabile solamente conoscendo bene la tattica del gioco per raggiungere l’obiettivo che ci si è prefissati. Insomma bisogna avere un piano di gioco, non solo saper muovere i pezzi.
D.: Quali sono i suoi preparativi prima delle lezioni di scacchi che Lei impartisce?
Ogni volta preparo la lezione che voglio tenere ripassando la materia e gli argomenti che voglio trattare. Unico testo di riferimento il manuale tecnico federale.
D.: Lei crede che un approccio diretto e una relazione interpersonale tra gli allievi e un insegnante dal vivo, di persona, sia preferibile ai corsi didattici virtuali online?
I corsi on line sono sicuramente utili, ma – a mio parere – spersonalizzanti. Il piacere di vedere i tuoi allievi, vedere le loro osservazioni, constatare la loro progressione e raccogliere subito le loro domande e le obiezioni, cogliere l’angoscia per non aver saputo risolvere un esercizio… tutto questo non è paragonabile ai corsi virtuali.
D.: Lei pensa che l’ intelligenza artificiale possa un giorno soppiantare il ruolo del docente in carne ed ossa?
Possibile, ma disumano: il rapporto docente/discente credo non possa essere banalmente affidato alla AI .
D.: Come immagina il futuro del movimento scacchistico in Italia e nel mondo?
Mi auguro che con il progetto “Scacchi scuola”, caldamente raccomandato dal Ministero, possa aumentare di molto il numero dei giocatori e che gli scacchi non vengano più considerati un “gioco per eletti”, ma un ottimo esercizio mentale per tutti ed un momento di crescita intellettuale.
D.: Quali sono i valori educativi più profondi da sviluppare e da sostenere nei giovani allievi?
Si può giocare a scacchi contro avversari di qualsiasi età, condizione sociale, religione, razza, orientamento sessuale e politico: davanti alla scacchiera siamo tutti uguali, siamo solo persone! “Gens una sumus” (siamo una famiglia) è il motto della FIDE o dovrebbe diventarlo per tutta l’umanità e non solo per gli scacchisti.
D.: Quale è l’ età migliore per imparare a giocare a scacchi?
Personalmente io parto dalle terze elementari, quindi dagli otto anni, con i rudimenti del gioco: prima di quell’età, salvo rare eccezioni, è difficile avere la concentrazione necessaria per applicarsi allo studio.
D.: Quanto raccomanda l’ uso del computer e dei mezzi di diffusione social alle nuove generazioni?
Utilissimo giocare on line soprattutto per sperimentare ed affinare le proprie capacità o nuove linee di gioco, ma rimane incolmabile la differenza fra il gioco davanti ad un monitor e l’esperienza che si accumula di fronte un umano, dover annotare le mosse sull’apposito formulario e preoccuparsi dell’orologio. Nel gioco “dal vivo” si susseguono mille sensazioni: ansia, paure, certezze, ecc… che nel “digitale” tendono a minimizzarsi.
D.: Ha mai avuto dei preconcetti nei confronti della tecnologia digitale?
Direi di no, con i limiti legati all’elettronica, alle connessioni, ai dubbi di giocare contro chi si sta avvalendo dell’aiuto di programmi dedicati (anche se vietato e perseguito dalla FSI).
D.: Ritiene che gli scacchi portino benefici allo sviluppo mentale dei giovani?
Certamente sì: il gioco degli scacchi aumenta l’attenzione, la memoria, l’immaginazione e la creatività; migliora l’intuito, la concentrazione, la logica ed il senso critico; aiuta a far crescere la personalità, migliora la capacità di prendere decisioni, di prevedere il futuro e di assumere decisioni. Inoltre abbatte ogni barriera di lingua, etnia, sesso ed età. Ogni partita è una nuova ed allegra avventura.
D.: Quali sono gli aspetti meno positivi della sua attività esperita di docente?
Devo sottolineare la differenza che esiste nell’insegnare ad un gruppo che viene al circolo per imparare per decisione propria, quindi fortemente motivato, e l’insegnamento proposto a tutta una classe scolastica dove c’è sempre qualche elemento non motivato e quindi di forte disturbo per tutti i discenti.
Per gli aspetti meno positivi, qui cado nel banale, sicuramente quello economico in quanto non solo le prestazioni di istruttore non sono remunerate, ma nemmeno si possono avere rimborsi per le spese sostenute (benzina, autostrada, materiale d’uso, ecc.): volontariato puro!
D.: Quali sono i traguardi conseguiti e quali sono i suoi prossimi step ?
I traguardi conseguiti sono legati alla soddisfazione di avere tramesso ai ragazzi il piacere del gioco e le previsioni augurali quelle di poter continuare migliorando sempre più …
D.: Da quanti anni insegna?
Come detto, dall’ottobre del 2016.
D.: Quali certificati di abilitazione Le sono stati accreditati?
Sono in possesso del diploma di istruttore di base FSI/SNAQ.
D.: Rifletta sul fatto che Lei lavora quasi sempre da solo, non desidera l’ aiuto di qualche assistente?
Sarebbe bello, ma improponibile, stante la carenza di persone che abbiano tempo, voglia e preparazione per trasmettere la gioia del gioco agli allievi.
D.: Quali sono i suoi testi di riferimento quando dà lezioni?
Seguo il manuale tecnico federale della FSI che integro con esperienze personali e lo studio di qualche partita del passato, giocata da bravissimi scacchisti.
D.: Gli scacchi sono davvero solo uno sport della mente?
Questa è filosofia: quando accompagnai il presidente Palladino a Roma con lo scopo di far entrare la FSI nel CONI, ci piacque questa definizione, la proponemmo e l’ adottammo. Stando alla Treccani per sport si intende “un’attività intesa a sviluppare le capacità fisiche e insieme psichiche, e il complesso degli esercizi e delle manifestazioni, soprattutto agonistiche, in cui tale attività si realizza, praticati nel rispetto di regole codificate da appositi enti”. Agli scacchi mancherebbero solo “le capacità fisiche”, ma per tutto il resto entriamo a pieno titolo in questa definizione.

D.: Ha qualche consiglio o suggerimento da dare ai genitori di ragazzi e di bambini che stanno cominciando a studiare gli scacchi?
Spesso i genitori non conoscono gli scacchi ed il consiglio che do loro è di lasciare liberi i ragazzi di applicarsi al gioco senza obbligarli, incoraggiandoli e, magari, di entrare a loro volta nel mondo fantastico del nobil gioco per poter dividere con i figli qualcosa di diverso e fare insieme nuove esperienze, alla pari.
D.: In lei è più forte la parte ludica o quella pedagogica? Ovvero: si sente meglio a giocare o a insegnare?
Insegnare è qualcosa di fantastico; giocare è bellissimo, ma alla mia età è già iniziata una battaglia di soprovvivenza dei miei neuroni a cui imputo molte disattenzioni che una volta non esistevano. Le mie capacità offensive agonistiche sono diminuite, ma non la passione che mi permette di cercare di passare il testimone alle nuove generazioni.
D.: I valori del rispetto nel mondo degli scacchi sono generalmente sentiti e diffusi, oppure la ricerca del successo nelle competizioni agonistiche è più importante di tutto?
Io insegno il rispetto dell’avversario, sia quando si vince che quando si perde. Certo è che per molti la ricerca ossessiva del successo agonistico diventa un limite che può far perdere il fair play (cioè : “modo di comportarsi in maniera onesta e nobile durante la competizione, a prescindere dal risultato sportivo, e basato sul principio di trasmissione di valori sociali positivi”, Treccani), sempre raccomandato dalla FIDE.

D.: Il gioco online la diverte? Oppure preferisce il gioco sulla classica scacchiera fisica?
Il gioco on line mi diverte tantissimo, ma non è assolutamente paragonabile a quanto avviene davanti ad una scacchiera e ad un avversario in carne ed ossa. Le differenze fra la competizione sviluppata in ambiente domestico, davanti ad un monitor, ed il gioco in una sala di torneo, davanti ad un avversario ed in un ambiente pieno di scacchiere, è enorme e non si dovrebbero nemmeno paragonare fra di loro.
D.: Quest’ anno (2024) la ASD la Torre festeggia il suo cinquantenario. Cosa si augura per il proseguimento della attività della Associazione?
Incrementare il numero degli iscritti al sodalizio è il mio obiettivo. In parte ottenuto: siamo passati negli ultimi anni da una decina abbondante di soci ad oltre i cinquanta di oggi. In secondo luogo mi auguro che qualche socio diventi parte più attiva del sodalizio e non si limiti solo al suo ruolo di giocatore.
D.: Quali sono i suoi timori e le sue speranze per il movimento scacchistico italiano?
Mi auguro una crescita esponenziale del numero dei giocatori iscritti alla FSI, sia con un grosso lavoro di divulgazione che portando in Federazione tutta quella galassia di associazioni scacchistiche attualmente non affiliate. Questo porterebbe (è la legge dei numeri) sicuramente ad avere giocatori sempre più “titolati”.
D.: Lei legge molti libri di scacchi?
Questo è il mio punto debole: ne ho comprati tantissimi, ma non sempre riesco a finirne lo studio, per l’handicap di doverlo fare tutto da solo.
D.: Come medico si sente di consigliare una attività sedentaria apparentemente innocua, come gli scacchi, a tutti?
Qui non ho dubbi: certamente sì! Il nostro gioco migliora la concentrazione, sviluppa la capacità di risolvere dei problemi, riduce il livello di aggressività, migliora la pianificazione, aumenta l’attenzione, migliora l’organizzazione mentale ed accresce l’autostima. Il gioco diventa una palestra cognitiva, emotiva e sociale. Per questo è indicato per tutte le età, con scopi diversi: di crescita nei bambini e negli adolescenti e di contrasto all’invecchiamento cerebrale negli anziani.

Qui trovate l’intervista in formato PDF …
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