Giocare a scacchi nell’arte

Figure e partite di scacchi nella storia dell’arte

Un'illustrazione medievale raffigurante tre persone: due sedute accanto a un tavolo da gioco con una scacchiera, mentre una terza persona osserva, vestita in modo elegante.

Gli scacchi entrano presto nell’immaginario visivo. A volte sono un rito di corte, altre un passatempo domestico. Spesso, invece, diventano una scena di tensione silenziosa, fatta di sguardi e piccole mosse. Tra miniatura, pittura e fotografia, la scacchiera attraversa i secoli e cambia voce, restando però riconoscibile, un quadrato di ordine dentro il caos.

Manoscritto illustrato con figure in abbigliamento tradizionale che celebrano un evento, con testo calligrafico persiano sul fondo.

Dal manoscritto alla miniatura medievale

Nel Libro dei giochi (1283), fatto realizzare da Alfonso X a Toledo, il gioco appare come un gesto quotidiano e insieme simbolico. La scacchiera unisce mondi diversi, perché mostra donne arabe concentrate sul tavolo, oppure un cristiano e un musulmano seduti uno di fronte all’altro. La scena non grida, ma racconta convivenza, regole comuni, rispetto dei tempi.

Tra Trecento e primo Quattrocento, la miniatura continua questo racconto. Appaiono maestri e giocatori, come nelle immagini legate a Firdausi e al sapiente Buzurgmihr (1300-1330), oppure nel Codice Willehalm (1334). In altri codici miniati del XIV secolo, gli scacchi diventano quasi un ornamento narrativo, un dettaglio che fa capire subito il tono della stanza, l’educazione dei presenti, il gusto per l’intelligenza.

Anche la pittura religiosa accoglie il tema come frammento di vita, per esempio in Niccolò di Pietro, La conversione di Sant’Agostino (1413-1415).

Due uomini giocano a scacchi al cospetto di una figura centrale, vestita in rosso, in un ambiente architettonico.

Poco dopo, un manoscritto miniato del 1430 riprende il gioco come scena ordinata, con mani vicine ai pezzi e volti trattenuti.

Rinascimento e corti, tra eleganza e competizione

Nel Quattrocento, il gioco entra in immagini più laiche e dirette. Liberale da Verona dipinge I giocatori di scacchi (1475), mentre Albertus Pictor, nell’affresco di Täby in Svezia, fa sedere La Morte davanti alla scacchiera (1480-1490). Qui il gioco cambia peso, perché diventa metafora del tempo che stringe e delle scelte che non tornano.

Una scena di interazione in una stanza storica, con un cavaliere e una donna in abito elegante seduti a un tavolo da gioco, mentre un uomo anziano e un'altra figura osservano.

Nel Cinquecento, la scacchiera si fa scena sociale. Lucas van Leyden, con Il gioco degli scacchi (1508), mostra una partita in cui conta anche il contorno, cioè l’ambiente, la postura, la curiosità di chi osserva. Poi arrivano Giulio Campi (1530-1532) e Paris Bordone, con Due giocatori di scacchi (1545), dove il confronto sembra un duello educato, ma duro.

Antonis Mor racconta la tensione di un incontro tra nobili (1549), mentre Hans Muelich ritrae il duca Alberto V di Baviera e Anna d’Austria durante una partita (1552-1555), in una miniatura su vellum che brilla di attenzione ai particolari. Sofonisba Anguissola, nel celebre ritratto delle sorelle che giocano a scacchi (1555), porta invece il tema in una luce intima, dove la mente e l’affetto convivono sullo stesso tavolo.

Due donne e una ragazza giocano a scacchi all'aperto, con un paesaggio montano sullo sfondo. Una donna spiega una mossa mentre l'altra osserva attentamente.
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Dal Seicento all'Ottocento, interni, silenzi e club

Nel XVII secolo, un pittore caravaggesco mette in scena giocatori immersi nel chiaroscuro, con la luce che taglia le mani e fa risaltare i volti. Cornelis de Man, nel 1670, continua su una strada simile, ma con un gusto più domestico, come se la partita fosse una finestra sulla vita di ogni giorno.

Tra Settecento e primo Ottocento, il tema resta vivo. James Lonsdale dipinge I giocatori di scacchi, e Thomas Leeming racconta un ambiente preciso con Hereford Chess Club (1815), dove la partita diventa anche appartenenza, abitudine, rito tra pari.

Due persone sedute a un tavolo mentre giocano a scacchi. Un uomo in abbigliamento d'epoca sembra pensieroso, mentre una donna in abito elegante tiene un ventaglio rosso.

Nell'Ottocento, gli scacchi passano da salotti a scene di genere. Retzsch raffigura Giocatori di scacchi (1831), mentre William James Müller dipinge Arabi che giocano a scacchi (1843), con un'attenzione calda alla presenza dei corpi e al clima del luogo. Negli stessi anni, Talbot fissa I giocatori di scacchi in fotografia (1843-1847), e la scacchiera entra in un nuovo tipo di sguardo, più diretto e meno idealizzato.

Daumier, tra 1863 e 1867, coglie il peso della concentrazione con i suoi Giocatori di scacchi. Edward Harrison May mette in scena un incontro carico di storia, Lady Howe gioca con Benjamin Franklin (1867). Thomas Eakins, nel 1876, rende la partita un esercizio di osservazione: volti seri, stanza ferma, tempo che scorre lento. Girolamo Induno, nel 1880, trasforma la partita in racconto teatrale con La partita a scacchi tra Iolanda e Fernando.

Tra fine Ottocento e primo Novecento, la scacchiera come teatro sociale

Negli anni finali del secolo, molti pittori tornano agli scacchi per la loro forza visiva. Gustav Wentzel dipinge Giocatori di scacchi (1886), Kilburne rappresenta Il gioco degli scacchi, e Frederick Judd Waugh firma La partita a scacchi (1891). Berndtson porta la stessa atmosfera, poi Lesrel raffigura Cavalieri che giocano a scacchi (1895), come se la strategia fosse parte dell'educazione cavalleresca.

Ludwig Deutsch, con Il gioco degli scacchi (1896), usa dettagli e luce per costruire una scena lenta e attenta. François Flameng dipinge un altro Gioco degli scacchi, mentre Orpen ritrae Giocatori di scacchi prima del 1902. Giulio Rosati torna sul tema, e Antti Favén, tra 1902 e 1913, mette la partita dentro interni densi, dove ogni sedia sembra avere memoria. Portielje dipinge una Partita a scacchi, Samuel Melton Fisher guarda alle Giocatrici di scacchi (1903), e Beryl Fowler ritrae un giovane chino sul tavolo (1904), quasi inghiottito dal pensiero.

Avanguardie e Novecento, quando gli scacchi cambiano linguaggio

Con il Novecento, gli scacchi restano, ma il modo di mostrarli cambia. Muriel C.W. Boulton dipinge Il problema di scacchi (1906), mentre John Singer Sargent, nel 1907, porta in pittura un gioco elegante e misurato. Marcel Duchamp, nel 1910, avvicina gli scacchi a un'idea nuova di arte, più mentale e meno decorativa, e per questo resta un punto di riferimento anche per i pittori di avanguardia.

Un uomo anziano, con la barba e i capelli grigi, sta pensando mentre gioca a scacchi. Indossa un completo nero e ha un'espressione concentrata.

Henri Hayden dipinge Giocatori di scacchi (1913), Jean Metzinger mostra un Soldato che gioca a scacchi (1914-1915), e Max Oppenheimer firma La partita a scacchi (1916). In questi lavori, la scacchiera non è solo un oggetto, ma una struttura, un ritmo, un modo per dare ordine alla figura. Herbert Ashwin Budd, con La scacchiera (1921), e Isaac Israels, con I giocatori di scacchi (1922), mantengono viva la scena. Poi arrivano John MacDonald Aiken con Il problema di scacchi (1922), Pitchforth (1928) e Sir John Lavery, The Chess Players (1929).

Due ragazze che giocano a scacchi su un tappeto rosso, con un libro aperto accanto a loro e un ambiente domestico elegante sullo sfondo.

Fotografie, cinema e ultimi decenni del secolo

Durante la guerra, William D. Dring dipinge Fuori tempo (1943), e il titolo sembra già una nota sul destino. Nel 1948, una fotografia ritrae Dorothea Tanning e Max Ernst mentre giocano a scacchi, un momento privato che diventa immagine pubblica. Nel 1957, Ingmar Bergman porta la partita al centro del film Il settimo sigillo, con la Morte seduta davanti alla scacchiera, una scena che resta impressa come un'icona.

Una scena in bianco e nero che mostra due figure sedute a un tavolo che gioca a scacchi, sullo sfondo di un mare e nuvole.

Negli anni successivi, Duchamp torna spesso in immagini legate al gioco. Arnold T. Rosenberg lo fotografa nel suo studio a New York mentre gioca su una lastra di vetro (1958). Julian Wasser lo ritrae con Eve Babitz (1964), e Robert Descharnes mostra Salvador Dalí e Duchamp durante una partita (1966). Duchamp firma anche Calco dal vivo (1967), un'opera che mescola materia e idea, come accade spesso negli scacchi.

Un uomo anziano gioca a scacchi, circondato da pezzi di scacchi bianchi e neri appesi dietro di lui in un'immagine in bianco e nero.

Infine, Will Barnet dipinge Il gioco degli scacchi (1973), e la storia continua, perché ogni partita ripete lo stesso schema, ma non è mai uguale. In fondo, l'arte lo sa bene: basta cambiare una luce, una mano, un pezzo, e cambia tutto.

Due persone sedute a un tavolo che giocano a scacchi, con una cornice che separa visivamente i giocatori dalla scacchiera.

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