- I Dal manoscritto alla miniatura medievale
- II Rinascimento e corti, tra eleganza e competizione
- III Dal Seicento all'Ottocento, interni, silenzi e club
- IV Tra fine Ottocento e primo Novecento, la scacchiera come teatro sociale
- V Avanguardie e Novecento, quando gli scacchi cambiano linguaggio
- VI Fotografie, cinema e ultimi decenni del secolo
Figure e partite di scacchi nella storia dell’arte

Gli scacchi entrano presto nell’immaginario visivo. A volte sono un rito di corte, altre un passatempo domestico. Spesso, invece, diventano una scena di tensione silenziosa, fatta di sguardi e piccole mosse. Tra miniatura, pittura e fotografia, la scacchiera attraversa i secoli e cambia voce, restando però riconoscibile, un quadrato di ordine dentro il caos.

Dal manoscritto alla miniatura medievale
Nel Libro dei giochi (1283), fatto realizzare da Alfonso X a Toledo, il gioco appare come un gesto quotidiano e insieme simbolico. La scacchiera unisce mondi diversi, perché mostra donne arabe concentrate sul tavolo, oppure un cristiano e un musulmano seduti uno di fronte all’altro. La scena non grida, ma racconta convivenza, regole comuni, rispetto dei tempi.
Tra Trecento e primo Quattrocento, la miniatura continua questo racconto. Appaiono maestri e giocatori, come nelle immagini legate a Firdausi e al sapiente Buzurgmihr (1300-1330), oppure nel Codice Willehalm (1334). In altri codici miniati del XIV secolo, gli scacchi diventano quasi un ornamento narrativo, un dettaglio che fa capire subito il tono della stanza, l’educazione dei presenti, il gusto per l’intelligenza.
Anche la pittura religiosa accoglie il tema come frammento di vita, per esempio in Niccolò di Pietro, La conversione di Sant’Agostino (1413-1415).

Poco dopo, un manoscritto miniato del 1430 riprende il gioco come scena ordinata, con mani vicine ai pezzi e volti trattenuti.
Rinascimento e corti, tra eleganza e competizione
Nel Quattrocento, il gioco entra in immagini più laiche e dirette. Liberale da Verona dipinge I giocatori di scacchi (1475), mentre Albertus Pictor, nell’affresco di Täby in Svezia, fa sedere La Morte davanti alla scacchiera (1480-1490). Qui il gioco cambia peso, perché diventa metafora del tempo che stringe e delle scelte che non tornano.

Nel Cinquecento, la scacchiera si fa scena sociale. Lucas van Leyden, con Il gioco degli scacchi (1508), mostra una partita in cui conta anche il contorno, cioè l’ambiente, la postura, la curiosità di chi osserva. Poi arrivano Giulio Campi (1530-1532) e Paris Bordone, con Due giocatori di scacchi (1545), dove il confronto sembra un duello educato, ma duro.
Antonis Mor racconta la tensione di un incontro tra nobili (1549), mentre Hans Muelich ritrae il duca Alberto V di Baviera e Anna d’Austria durante una partita (1552-1555), in una miniatura su vellum che brilla di attenzione ai particolari. Sofonisba Anguissola, nel celebre ritratto delle sorelle che giocano a scacchi (1555), porta invece il tema in una luce intima, dove la mente e l’affetto convivono sullo stesso tavolo.

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